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In Italia il dissesto idrogeologico causa, ogni anno, un bilancio pesantissimo sia in termini di perdite di vite umane sia per gli ingenti danni economici.

Il 2014 da poco concluso sarà ricordato per i numerosi eventi funesti che hanno colpito diverse zone del territorio nazionale, in particolare la Liguria. Anche il nostro territorio ha subito danni anche se non ingenti ma non si può dimenticare quanto accaduto nel recente passato in Valtellina e soprattutto non si può rimanere con le mani i mani di fronte a un rischio sempre possibile.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sono sempre più evidenti anche nel nostro paese: le piogge sempre più intense concentrate in periodi sempre più brevi provocano esondazione dei fiumi e frane che travolgono persone e cose.

Purtroppo, però, si continua a costruire in aree ad alto rischio di smottamenti e alluvioni.

Secondo l’ultimo Rapporto 2013 dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) su 8.057 comuni italiani risulta che 6.633, cioè l’82%, sono classificati ad “elevata criticità idrogeologica”. In queste aree potenzialmente pericolose risiede quasi il 10% dell’intera popolazione italiana: oltre 5.700.000 nostri concittadini (corrispondenti a circa 2.450.000 famiglie) si trovano esposti, ogni giorno, al pericolo di frane o alluvioni. Su queste aree ad elevato rischio sono stati costruiti oltre 1.105.000 edifici residenziali (cioè almeno 2.860.000 abitazioni) ma l’aspetto più “paradossale” - come lo definisce il Rapporto ANCE - è che in queste zone si trovano anche 6.427 scuole (1 su 10 in Italia) e 554 ospedali (idem).

Pochi sanno che tra gli effetti del dissesto idrogeologico va annoverato anche il fenomeno dei “rifugiati ambientali” (o “sfollati”) secondo la definizione delle Nazioni Unite. Secondo l’IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre) il problema dei rifugiati ambientali non riguarda solo Asia e Africa, ma anche l’Unione Europea: solo nel 2013 l’UE ha registrato circa 115.000 nuovi sfollati, di cui 3.700 proprio nel Belpaese. Da un’altra fonte, l’International Disaster Database del CRED (Center for Research on the Epidemiology on Disaster), emerge che in Italia, nel decennio 2005-2014, alluvioni e smottamenti hanno causato circa 10.000 sfollati totali, con una media di 1.000 nuovi “rifugiati ambientali” ogni anno - dati superati solo dai devastanti terremoti dell’Aquila e dell’Emilia Romagna.

In Italia, quindi, il dissesto idrogeologico è la seconda causa, dopo i terremoti, di danni provocati da disastri naturali e ambientali.

E veniamo, brevemente, ai costi economici: il costo complessivo dei danni causati dai disastri naturali (compresi i terremoti) dal 1944 a oggi, sarebbe di circa 242 miliardi di euro, con una media di 3,5 miliardi di euro all’anno, quando per la messa in sicurezza del territorio nazionale - secondo le stime dei diversi PAI nazionali (Piani Stralcio per l’Assetto Idrogeologico) - basterebbero “solo” 40 miliardi di euro per realizzare la totalità dei PAI finalizzati a “salvaguardare l’incolumità delle persone e ridurre al minimo i danni ai beni esposti”.

Eppure lo Stato italiano preferisce continuare ad agire “in emergenza” con costi che sono, in media, più elevati degli interventi di prevenzione e riduzione del rischio indicati nei PAI.

Secondo molteplici fonti, senza politiche lungimiranti ed efficaci di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico, tutte queste cifre sono destinate ad aumentare.

A questo punto vale la pena fare un passo indietro, nella storia, per capire come le lezioni del passato abbiano insegnato poco o nulla o, se preferiamo, per prendere atto che il buon senso e l’evidenza dei fatti sono rimasti travolti dalla superficialità e dall’ignoranza.

Cesare Cantù, nel suo testo Sull’Adda. A piedi dalle sorgenti al Po, scritto nella seconda metà dell’Ottocento, offre un resoconto arricchito di notizie storiche e di descrizioni ambientali molto interessanti.

Egli, tra l’altro, descrive minuziosamente le numerose piene del Lario di cui faceva le spese soprattutto la città di Como. In particolare, durante quella del 1810,

“si navigava nel Duomo di Como fino ai balaustri dell’altare maggiore. Si parlò con gran calore della necessità di ripararvi… si moltiplicarono progetti radicali… nulla si eseguì. Intanto il disboscamento delle montagne cagionava un deflusso maggiore di acque, e un ingrossar del lago con rovinosa rapidità…”

Bisognerebbe riflettere a lungo su queste parole semplici e chiare.

Ancora oggi, accanto alla mancanza di prevenzione, alla cementificazione selvaggia, al fattore climatico, una delle cause di alcuni disastri è proprio legata al disboscamento.

Esiste, poi, un altro fenomeno dovuto all’imprevidenza e all’incapacità dell’uomo moderno di avere una relazione corretta ed equilibrata con l’ambiente: l’abbandono del territorio. Spesso, molte estensioni boschive sono ricoperte da impenetrabili strati di foglie e legname abbandonato; di conseguenza l’acqua piovana scivola a valle, riempiendo di detriti i torrenti che quindi esondano portando con sé una mole di materiale che diventa pericoloso.

In questo quadro allarmante, ci sono anche buone notizie.

Sull’esempio dei comuni virtuosi che hanno deciso di porre fine ad usi speculativi e abusivi del loro territorio adottando i PGT (Piani di Gestione del Territorio) “a crescita zero”, tanti comuni italiani ad alto rischio idrogeologico hanno deciso di mettere al primo posto la sicurezza dei cittadini e hanno investito nella prevenzione e messa in sicurezza del loro territorio.

In questi comuni virtuosi, gli alvei dei fiumi non vengono più cementificati, "tombinati" o coperti allo scopo di urbanizzare le aree sovrastanti, né vengono alterate le dinamiche naturali dei corsi d’acqua. I vincoli di inedificabilità sono molto rigidi: vicino agli alvei e nelle zone a rischio smottamento non sono previste né abitazioni, né fabbricati industriali che, in caso di calamità naturali, potrebbero mettere in pericolo le vite dei dipendenti e l’intera comunità a causa dello sversamento di eventuali prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni.

Si tratta di scelte coraggiose dal momento che, a causa del patto di stabilità e dei tagli nel trasferimento delle risorse dagli enti centrali a quelli periferici, spesso gli oneri di urbanizzazione servono a coprire la spesa corrente dei bilanci comunali. Ma la gestione oculata e responsabile del territorio e la sicurezza dei cittadini stanno diventando una priorità per molte amministrazioni italiane.

Su un altro fronte, l’impegno contro il dissesto idrogeologico delle nostre regioni può trarre grande beneficio da una strategia macroregionale per la regione alpina. Attraverso il coinvolgimento degli altri Stati europei sarà possibile definire le politiche per mettere in sicurezza il territorio e trovare le risorse per realizzarle, grazie alle opportunità garantite dalle strategie macroregionali dell’Unione Europea.

Negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso il Governo italiano ha annunciato un “grande piano nazionale” contro il rischio idrogeologico. L’auspicio è che alle intenzioni seguano i fatti.