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La costruzione di un comune e condiviso sentimento di appartenenza europea si realizza anche attraverso il dialogo tra le Chiese e le religioni. A partire dalle confessioni cristiane, le cui divisioni – papa Francesco lo denuncia con frequenza – sono uno «scandalo che indebolisce la credibilità e l’efficacia dell’impegno di evangelizzazione», per superare il quale il primo passo da compiere, suggerisce il Pontefice, «è quello dell’incontro». L’Azione Cattolica della Diocesi di Como da anni crede nel valore di questo “incontro” per un cammino ecumenico nel quale investire tempo, idee, risorse, iniziative. Vanno sicuramente in questa direzione i viaggi ecumenici proposti dall’Ac comense nel periodo estivo. Dopo Romania, Ucraina, Svizzera, Germania, lo scorso agosto la meta sono stati i Balcani: in particolare Belgrado e Zagabria.

 

Perché queste due città? Sono state scelte per il loro alto valore simbolico. Belgrado è la capitale della Serbia – Stato a maggioranza ortodossa –, città da 2 quasi milioni di abitanti situata a 250 chilometri da Niš, luogo natale dell’imperatore Costantino, firmatario, nel 313 d.C., dell’Editto di Milano. Per l’Ac di Como era importante andare nella terra dove nacque colui che, universalmente, è riconosciuto come il “padre della tolleranza religiosa e della libertà di culto”, visto che fu sotto Costantino che ai cristiani venne accordato il permesso di professare il proprio credo.

Zagabria, invece, prima città della Croazia (dove il 90% della popolazione è cattolica), ha visto svilupparsi l’opera e la testimonianza di Ivan Merz, esponente di Azione Cattolica di origini bosniache, proclamato beato nel 2003 da san Giovanni Paolo II, il quale lo definì «un giovane che può essere patrono e modello dei cittadini di un’Europa unita dalle comuni radici cristiane». A questo si aggiunga l’interesse per realtà che stanno compiendo un impegnativo percorso di ricostruzione dopo una guerra terribile, cattiva, di cui in Europa ben poco si è voluto capire, con una società vivace e giovane che sta ripartendo da ferite dolorosissime.

I Balcani hanno il volto di un mondo che è «l'Oriente dell'Occidente e l'Occidente dell'Oriente», osservava con arguzia già nel XIII secolo il vescovo San Sava. Monsignor Stanislav Hocevar, arcivescovo cattolico di Belgrado, ha offerto la testimonianza di una "Chiesa di periferia", decimata da una diaspora che la Seconda Guerra Mondiale prima, il comunismo e le guerre di vent'anni fa poi hanno alimentato. Da oltre 100mila cattolici si è passati, in 50 anni, a 7mila. «Siamo sparsi su un territorio di 55mila kmq con 16 parrocchie – ha ricordato il Vescovo Stanislav –. Lottiamo per sopravvivere, ma ci siamo, senza nascondere fatiche e preoccupazioni». Monsignor Hocevar condivide con il vescovo ortodosso Jovan Vladica – fino allo scorso agosto ausiliare di Belgrado, poi, dal 3 settembre, presule di Slavonia – il timore di un certo radicalismo islamico. Tanto che il Vescovo Jovan, come esempio di “ecumenicità”, ha portato il lavoro dei militari italiani in Kosovo, che, dal 2004, sono impegnati in una missione che prevede anche la custodia dei monasteri ortodossi. «Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere in un contesto assai complesso». Ecco l'espressione ripetuta con maggiore frequenza dalle persone incontrate durante il viaggio. Queste regioni hanno un passato "ingombrante", nel quale si mescolano fede e nazionalismi, errori e crudeltà, ma anche grandi opportunità. «La nostra è una storia molto densa - ha sottolineato monsignor Hocevar -, dove i conflitti e le contrapposizioni hanno radici lontane, formatesi nel corso dei secoli, "annacquate" durante la dittatura di Tito e drammaticamente esasperate nella guerra degli Anni Novanta, dove le identità religiose sono state un alibi per interessi locali e internazionali, primo fra tutti il commercio delle armi. Le differenze non si sono mai risolte in un processo di dialogo - è la lettura dell'arcivescovo belgradese -. Ora è tempo di fare un passo alla volta. Ci sono ancora incomprensioni profonde, provocate da una memoria storica che deve purificarsi e trovare una sua oggettività”. «Incontrarvi è stata una benedizione - ha detto il vescovo Jovan -. Abbiamo molto da imparare gli uni dagli altri”.

«L'evangelizzazione - conclude padre Vinco Sudar, giovane parroco della comunità di Zaprevic, alle porte di Zagabria - deve restituire ai cristiani il senso della responsabilità. Troppe persone, qui come nel resto d'Europa, sono stanche di cercare e di pensare».