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Al momento di decidere se partire o meno per un periodo Erasmus da vivere in Europa, ogni studente valuta il fascino della proposta secondo quelle che sono le sue ambizioni, insieme alle informazioni che ha di cosa significhi partire per vivere in un paese non suo e a studiare ciò che ha scelto. Qual è dunque il valore dell’Erasmus e delle testimonianze che rimbalzano nei corridoi delle università? (L’Osservatorio Territorio Europa (OTE) ha già pubblicato l’esperienza di tre studentesse - due comasche e una valtellinese - e da queste prende spunto l’approfondimento che segue. ndr).

 

Il Sole 24 Ore dà un suo valore all’Erasmus: gli studenti che partono trovano un lavoro prima e guadagnano di più.

“A cinque anni dal conseguimento della laurea, trova lavoro l'89,1% dei laureati che hanno trascorso un periodo di studio all'estero, contro l'84,9% dei laureati che non si sono spostati dall'Italia”. Inoltre “chi ha partecipato a un programma internazionale può arrivare a guadagnare fino a 1.200 euro mensili in più rispetto a chi è rimasto dentro i confini nazionali”. Affermare che partire per un Erasmus porta più lavoro e un maggiore stipendio potrebbe essere già di per sé un valido motivo per fare i bagagli. Ma siamo sicuri di non riuscire a trovare un motivo migliore per spingere i nostri ragazzi a vivere per qualche mese in una città dalla lingua diversa, dalle abitudini diverse e dalle persone diverse, che non sia basato su un ritorno economico? Se il valore che diamo alle persone è misurato dalla busta paga che portano a casa, allora no.

Ma, volendo portare nella nostra quotidianità la critica che viene fatta alla società contemporanea nel suo insieme, riguardo alla predominanza della finanza sulla politica e della dipendenza dei governi dal mercato, allora forse possiamo cercare altrove dei validi motivi per andare a studiare in un paese diverso. Una fonte più autorevole del Sole 24 Ore, in tal senso, potrebbero essere le testimonianze dei ragazzi che hanno già vissuto questa esperienza e che hanno portato a casa qualcosa di diverso da un aumento di stipendio.

Molti sono gli stereotipi che girano attorno alla figura dello studente Erasmus e tutti hanno un fondo di verità. Il più comune è quello che raffigura lo studente in feste in casa, in discoteca, in università, in strada, pressoché ovunque, basta che sia circondato da altri ragazzi di nazionalità diversa che stiano reggendo dei bicchieri. Avendo vissuto un Erasmus a Bruxelles, capitale della nazione che annovera tra i suoi più grandi successi la produzione di birre d’abbazia davvero meritevoli di menzione, non posso certo negare di aver vissuto delle ottime serate in compagnia. Tuttavia, se ridurre il mio periodo Erasmus alla sola baldoria fatta dopo le lezioni sarebbe ingiusto e limitante, questa immagine introduce una dimensione importante che si viene a creare in ogni periodo Erasmus vissuto all’estero. Un primo motivo per cui consiglio a ogni mio amico di partire per un Erasmus risiede nella ricchezza che dà la consapevolezza di vivere in una realtà europea tangibile. Ogni studente scopre che gli amici e gli affetti che si è lasciato alle spalle al momento della partenza sono insostituibili ma che, nonostante ciò, la gente che incontra a lezione e che condivide la sua passione nello studio di una disciplina che lui stesso ha scelto, ha molto da condividere con lui e che gli è concessa carta bianca per costruire delle relazioni da zero potendo scegliere nuovi amici sulla strada che sta percorrendo in quel momento. Scoprire sulla propria pelle la dimensione “europea” della nostra cultura è uno degli elementi più interessanti che uno studente possa sperimentare.

Se il primo motivo per cui consiglio di partire senza esitare è quello di avere maggiore coscienza della realtà europea e della sua ricchezza, il secondo motivo è quello, speculare, di costruire un’immagine più verosimile della nostra Italia – e delle nostre città – guardandola dall’esterno. Troppo spesso ci lamentiamo del nostro paese, raccontandoci che siamo in fondo a ogni possibile classifica dei paesi virtuosi in ogni possibile settore economico o sociale. Troppo spesso noi studenti incontriamo adulti, o presunti tali, che ci consigliano di lasciare il paese per il nostro bene, se vogliamo avere un futuro. È evidente che la maggior parte di chi afferma questi assoluti non è mai stata in Erasmus. Se ci fossero stati avrebbero scoperto che le nostre università hanno un livello culturale e accademico al di sopra di ogni media quantificabile, che gli standard richiesti agli studenti italiani per superare un esame e la quantità di nozioni che apprendono nel prepararlo sono a un livello più che competitivo con le università straniere. Pur essendo impossibile una generalizzazione comparativa tra università italiane ed estere (nonostante esistano centinaia di classifiche impostate su canoni più che discutibili), ogni studente che torna da un Erasmus porta con sé una maggior consapevolezza della qualità, non solo dell’educazione italiana, ma anche della quotidianità della città in cui vive. Imparando a relativizzare fenomeni quotidiani che l’abitudine porta nel tempo a dare per scontati, ogni studente coglie le positività del paese in cui studia, sia esso in Italia o in Europa, e riesce a dare la giusta misura ai giudizi negativi sul nostro paese nel quale è costantemente immerso.