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“Tanti cuori e tanti occhi che quando torneranno, ci aiuteranno ad avere una visione più aperta sull’Europa e del resto del mondo…” è una frase colta dall’intervista con Elisabetta Legnani, collaboratrice di OTE e attualmente in Germania per studio. L’abbiamo rivista ai due incontri “Noi e loro. Vivere insieme è un’arte” promossi all’inizio dell’anno dalla “Comunità pastorale Beato Scalabrini” in Como, formata dalle parrocchie di San Bartolomeo e San Rocco. Ecco una piccola parte dell’intervista, a cura di Angelo Mazza, apparsa sul mensile “Insieme”.

Come ti trovi in Germania?

Sono in Germania per completare il mio percorso di studi universitari, che ormai è caratterizzato dall’essere internazionale, o meglio, europeo. Studio alla Martin-Luther-Universität a Halle, cittadina che sorge nella ex Germania est e, come sottolinea il nome, dove ha anche insegnato Lutero: potrei proprio dire che sono per il dialogo delle religioni (vengo dall’Università Cattolica di Milano e poi studio nella aule dove è nato il Protestantesimo, non mi faccio mancare nulla!).

Vista la situazione di questi tempi, essere lontana da casa... non ti fa sentire più insicura? Ti senti straniera?

Più che sentirmi straniera, mi sento europea: sono privilegiata perché faccio parte di una generazione che, rispetto alle generazioni scorse, ha la possibilità di vedere, girare, conoscere realtà diverse. Penso proprio che questo modo sia l’unico che esiste per non essere sopraffatti dalla paura del diverso, di ciò che non si conosce.

 

I fatti tragici di Parigi e molti altri preoccupano … voi giovani dove siete?

Sui social è stato una valanga di #jesuischarlie dopo i fatti tragici di Parigi: dividerei i ragazzi, i giovani in due parti eque, chi era sdegnato seriamente e ha usato i mezzi a sua disposizione per urlarlo al mondo e chi era preso solo dal complesso di emulazione. Detto ciò, i giovani per definizione sono di pancia, ma spero che dopo segua un’attenta riflessione con se stessi, altrimenti nessun avvenimento acquisirà un senso.

Quindi?

Una bestemmia pubblicata su un giornale in prima pagina non susciterebbe sdegno nei cattolici? Oppure, un continuo costringere persone a pregare in uno scantinato piuttosto che in un posto dignitoso, come una moschea, per professare la propria fede non è offendere una cultura? Detto ciò, se ci “offendono” penso che sia necessario capire le loro motivazioni e, da lì, muoversi di conseguenza.

Non esistono le razze, siamo una popolazione mondiale di diversi, si deve lavorare, cooperare per una convivenza civile, che è possibile, che non dev’essere scalfita da episodi come quelli di Parigi, Londra o Madrid, per ricordare i più eclatanti degli ultimi decenni.

Secondo te Como è "connessa"?

Connessa col mondo, con l’Europa? Con la realtà esterna? Devo dire che ci stiamo provando, è un percorso lungo, anche con ostacoli, ma fattibile. Como è connessa anche solo perché, per dare un esempio, ormai molti partono, molti giovani (molti amici), alcuni tornano e portano quel quid in più che alla nostra bellissima città serve. Germania, Gran Bretagna, Olanda, Nigeria: molte amiche che sono in questi paesi, tanti cuori e tanti occhi che quando torneranno, ci aiuteranno ad avere una visione più aperta sull’Europa e sul resto del mondo e forse a guardare con occhi diversi il ragazzo “straniero” che è vicino di banco dei nostri figli.