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“Era il luglio del 1964, stavo per compiere 17 anni - così esordisce Francesco Floris medico comasco - quando sono andato in Inghilterra per la prima volta con due compagni del Liceo Giovio di Como. Uno aveva 16 anni (eravamo più maturi dei ragazzi di oggi? I nostri genitori erano incoscienti?). Ci organizzammo da soli, Erasmus era al di là da venire. Volevamo conoscere la patria dei Beatles e migliorare l’inglese imparato a scuola. L’Europa? Non ci pensavamo, ma sapevamo che a Londra avremmo incontrato ragazzi di tutto il mondo. La mia famiglia non aveva particolari mezzi, io avevo risparmiato all’osso.

Siamo partiti in treno, abbiamo attraversato la Svizzera, la Francia e poi abbiamo preso il traghetto da Calais a Dover. A Londra siamo fortunosamente arrivati al Catholic Overseas Student Fund. Ci siamo fermati nella capitale per 15 giorni, poi siamo andati a Bradford perché conoscevamo un Italiano, quindi ad Edimburgo e una settimana ad Inverness. Per fare nuove amicizie il mezzo è stato giocare a pallone.

 Siamo rimasti via un mese. A casa nessuno ci avrebbe scommesso - sorride Floris -. Gli ultimi tre giorni avevamo ben poco da mangiare. Per rientrare, ancora in treno, ci fermavamo in ogni grande città. Dopo questo avvio sono tornato in Inghilterra quasi tutte le estati - continua il dottor Floris -, nel periodo universitario. Nel frattempo avevo fatto tante conoscenze. Ero ospite da amici che a mia volta ospitavo a casa dei miei. Per migliorare il mio inglese non ho mai frequentato un corso, parlavo con la gente, chiedevo ai bambini di indicarmi di nomi delle cose, leggevo e soprattutto sono diventato molto amico di un inglese, un uomo maturo, che amava l’Italia e veniva spesso a Como per lavoro. Con questo sistema “fai da te” in Università ho, poi, partecipato ad un concorso che aveva come premio un soggiorno in America. C’erano i ragazzi di “Lingue”, eppure mi sono qualificato e ho potuto studiare per due mesi a Montreal. Mantenevo, però, costanti contatti con l’Inghilterra. I mezzi di comunicazione non erano quelli di oggi, i rapporti erano epistolari. Non era il Medioevo, ma una telefonata era una rarità. Costosa! 

Sir John Charnley

Nell’ottobre 1971 - continua il testimone -, dovevo laurearmi in medicina a Pavia, ero già orientato verso l’ortopedia, la mia attuale professione, il mio relatore mi chiese se conoscevo l’inglese e a che livello. Con un po’ di faccia tosta dissi che lo parlavo molto bene. Mi fu quindi proposto di realizzare una tesi sulle protesi d’anca, secondo il metodo di Charnley, quello usato a Pavia. Così sono andato al Wrightington Hospital dove esercitava il professor John Charnley, vicino a Wigan. Ho assistito al suo lavoro, scoprendo un mondo nuovo.

L’ospedale era in alcuni hangar della Seconda Guerra Mondiale, ma le tecniche erano all’avanguardia. Ho preparato e discusso la mia tesi. Mantengo legami con l’Inghilterra, ma ho poi “scoperto” l’Europa. Beati i giovani che ora hanno mille possibilità per studiare all’estero”. Così conclude il “pioniere” Floris.