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I Russi amano il lago di Como, lo sappiamo, alcuni ci vivono e c’è perfino una rivista tutta per loro. Ma a ben voler guardare si può dire: nulla di nuovo sotto il sole. E così, rileggendo, per caso, “Tipi e tipe” Bleviani illustri tra Settecento e Ottocento, una vera miniera di notizie scritto da Gianluigi Valsecchi nel…lontano 2003 eccoci all’incontro con il nostro uomo e la sua storia. Il “tipo” è Gregor Petrovich. Un conte, un appartenente all’ antica nobiltà russa, nato a San Pietroburgo (città meravigliosa e cosmopolita come ben sa chi ha avuto la fortuna di visitarla) il 25 ottobre 1804. Il nostro, diciottenne, è capitano degli Ussari e alla corte dello zar Alessandro I incontra Sofia Soltikoff, che diventerà sua moglie.

 

Le vedute sono comasche (anche, se non solo), ma spesso autori ed incisori ci rimandano nel cuore dell’Europa. Il Museo Storico di Como possiede un ricchissimo patrimonio di stampe, che spaziano dal XVI secolo fino ai nostri giorni. Una parte è stata già catalogata, la parte più consistente è in fase di studio. Un’ottima occasione per un “assaggio” è la mostra in corso “Il fondo stampe dei Musei Civici di Como” a cura di Rachele Viscido, la rassegna, ospitata in due sale del Museo Storico Garibaldi (P. Medaglie d’Oro) resta aperta fino al 31 gennaio 2016. Dicevamo “zone” comasche, ma anche altro. Nel fondo antico ci sono, per esempio stampe della rivoluzione francese e, tra l’altro, parecchi esemplari di stampe inglesi tra ‘700/800.

  

FAI Villa Necchi Campiglio, Alfredo Ravasco

Gioielli, per i materiali preziosi, ma anche per le stupende fatture. Sono le creazioni di Alfredo Ravasco (Genova 1873- Milano 1958) uno dei grandi orafi italiani, il maggiore nella prima metà del Novecento. La mostra monografica “Alfredo Ravasco Principe degli orafi”, la prima mai realizzata in Italia, opera del FAI, aperta fino al 6 gennaio 2016 (Milano, Villa Necchi Campiglio, via Mozart 14, di proprietà del Fai stesso) permette di ammirare alcune di queste meraviglie (scatolette, trittici centro tavola, coppe, bozzetti, fotografie e molto altro). L’esposizione, nelle stanze della prestigiosa dimora, è a cura di Paola Venturelli, che firma anche il catalogo.

 

Parigi addio.  Ma non si tratta né di secessione, né di una tragica storia d’amore, “solo” di moda. La protagonista è Rosa Genoni valtellinese di nascita (Tirano 1867), poi divenuta milanese di adozione e morta a Varese (nel 1954). Rosa ancora bambina aveva lasciato la  Valtellina e si era trasferita a Milano, da una zia, per diventare sarta. La sua era una famiglia con poche possibilità economiche e lei, la maggiore, fu la prima ad emigrare.  Erano in tante all’epoca le piccole aiutanti delle sartorie, le piscinine. Pochissime riuscivano ad avere un proprio laboratorio, la loro era una vita dura: vivevano da povere in mezzo al lusso. Rosa, però, non imparò solo a cucire, frequentò un corso di francese e gli ambienti socialisti.