Usiamo i cookie - anche di terze parti - per consentirti un migliore utilizzo del nostro sito web. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

 

Parigi addio.  Ma non si tratta né di secessione, né di una tragica storia d’amore, “solo” di moda. La protagonista è Rosa Genoni valtellinese di nascita (Tirano 1867), poi divenuta milanese di adozione e morta a Varese (nel 1954). Rosa ancora bambina aveva lasciato la  Valtellina e si era trasferita a Milano, da una zia, per diventare sarta. La sua era una famiglia con poche possibilità economiche e lei, la maggiore, fu la prima ad emigrare.  Erano in tante all’epoca le piccole aiutanti delle sartorie, le piscinine. Pochissime riuscivano ad avere un proprio laboratorio, la loro era una vita dura: vivevano da povere in mezzo al lusso. Rosa, però, non imparò solo a cucire, frequentò un corso di francese e gli ambienti socialisti.

A 18 anni per i suoi interessi politici andò ad un congresso a Parigi, ma quando i suoi compagni rientrarono lei decise di restare in quella che era allora la capitale della moda. Ed ebbe fortuna. Tre anni dopo tornò a Milano per lavorare in prestigiose case di abbigliamento. Rosa aveva competenze sartoriali, gusto e ingegno. Ad ogni cambio di stagione andava a Parigi per comprare i nuovi cartamodelli, ma intanto pensava sempre più insistentemente all’idea di una moda tutta italiana, dalle stoffe ai modelli. Per dare un tocco  originalità a questa sua scelta si mise a studiare i grandi pittori italiani e all’Esposizione Universale di Milano del 1906 presentò alcune sue creazioni, due sono oggi visibili al Museo del Costume di Palazzo Pitti a Firenze (donate dalla figlia): un abito si richiama alla “Primavera” di Botticelli e  un manto rimanda al Pisanello.

Legata sentimentalmente all’avvocato Alfredo Podreider nel 1903 aveva avuto da lui una figlia, Fanny, i due, però, si sposarono anni dopo. La partecipazione di Rosa all’Expo fu un successo. Tra le sue clienti c’erano dive, ereditiere e nobildonne. Nel 1909 Rosa Genoni fu tra i sostenitori della nascita del Comitato per “Una moda di pura arte italiana”.  La “piccola” valtellinese di carattere fu dunque l’ideatrice di quello che oggi è il Made in Italy.

Bozzetti, stoffe, merletti, tagli impeccabili, abiti da favola, ma la vita di Rosa è fatta anche di impegno. Allo scoppio della Grande Guerra lei è e resta pacifista. Nel 1915 partecipa, unica italiana, alla prima conferenza Internazionale delle Donne all’Aja. Non solo, incontra ministri e politici per cercare di arrestare quella strage. Per molti anni insegna all’Umanitaria e nel 1925 avvia un laboratorio di sartoria nel carcere di San Vittore. Con l’avvento del Fascismo la “sua” moda ne avrebbe potuto fare una stella di prima grandezza, ma le sue idee politiche non erano quelle del regime. La sua storia di successi finì lì, per scelta. Oggi la nipote, Raffaella Podreider, sua biografa, sta raccogliendo materiale per un libro sulla sua famosa nonna, da pubblicare nel 2017, per i 150 anni dalla nascita e il 2 novembre Milano le tributa l’onore di avere il suo nome nel Famedio del Cimitero Monumentale. L’ex piscinina è entrata nella Storia.