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FAI Villa Necchi Campiglio, Alfredo Ravasco

Gioielli, per i materiali preziosi, ma anche per le stupende fatture. Sono le creazioni di Alfredo Ravasco (Genova 1873- Milano 1958) uno dei grandi orafi italiani, il maggiore nella prima metà del Novecento. La mostra monografica “Alfredo Ravasco Principe degli orafi”, la prima mai realizzata in Italia, opera del FAI, aperta fino al 6 gennaio 2016 (Milano, Villa Necchi Campiglio, via Mozart 14, di proprietà del Fai stesso) permette di ammirare alcune di queste meraviglie (scatolette, trittici centro tavola, coppe, bozzetti, fotografie e molto altro). L’esposizione, nelle stanze della prestigiosa dimora, è a cura di Paola Venturelli, che firma anche il catalogo.

Ravasco, figlio d’arte, si forma nella bottega paterna e poi presso il celebre cesellatore milanese Eugenio Bellosio. In una data imprecisata visse per due anni a Parigi. Grazie agli studi anche per la rassegna milanese, sappiamo che espose le sue meraviglie a New York (1928), Barcellona (1929), Atene (1931), Bruxelles (1935), Sidney (1936), Budapest (1937), Berlino (1937) e Ginevra (1938). Partecipò inoltre a più esposizioni, personali o collettive (biennali e triennali), tra queste nel 1925 all’”Exposition International des Arts Décoratifs” a Parigi, dove propose piccoli porta profumo e trousse per il trucco. Il 1925, è, però, un anno che ci rimanda a Como e ad una particolarissima collaborazione tra Ravasco e il geniale setaiolo- artista Guido Ravasi (1877- 1946). Ravasi infatti, su committenza di alcune famiglie milanesi, fu incaricato di realizzare un manto (piviale caudato) per Pio XI che lo indossò il 24 dicembre 1925 per la chiusura dell’Anno Santo, dunque giusto novant’anni or sono e mentre Papa Francesco sta per aprire l’Anno Santo della Misericordia. Il manto fu caratterizzato da una lavorazione particolare, non ricamato ma tessuto da macchine industriali, con un disegno di angeli in volo attorno al tondo IHS. Il manufatto, perfetto, era anche leggerissimo. Ravasi volle con sé, per quella specialissima commissione il miglior orafo del momento, che già aveva conosciuto: Eugenio Ravasco che realizzò, in particolare, il fermaglio (la cui riproduzione, una fotografia in bianco e nero, è esposta in mostra, con una immagine del paramento e l’album commemorativo, prestiti del Museo Didattico della seta di Como). Il fermaglio, “razionale”, che chiudeva in origine il manto, è descritto così dallo stesso Ravasi “… ha per gioiello fondamentale un topazio in cui è incisa la sigla “IHS”, poggiata su raggi di brillanti che partono dall’emblema dello Spirito Santo. Nella cornice si incastonano rubini e perle orientali. Le borchie laterali del gioiello sono costituite da topazi bruciati, perle, rubini orientali, smalto…”. Il paramento fu poi conservato a Roma, ma i comaschi ebbero modo di vederlo, dopo un accurato restauro, in una mostra che si tenne alla Fondazione Ratti nel 2008. A Milano, oggi, si può tra l’altro ammirare un ostensorio del 1926, oppure un superbo centro tavola arredo della villa stessa.